Abituarsi all’idea del “meno ma meglio” può rivelarsi più difficile di quanto sembri, soprattutto se in passato ci hanno ricompensati per aver fatto sempre di più. A un certo punto, però, anche se lo sforzo aumenta, i progressi si stabilizzano o entrano in stallo. L’idea che esista una correlazione diretta tra impegno ed esito è accattivante, è vero. Sembra giusto così. Eppure, ricerche condotte in numerosi campi mostrano un quadro assai diverso.

Molti avranno già sentito parlare del principio di Pareto, il concetto introdotto da Vilfredo Pareto a partire dagli anni Novanta dell’Ottocento, secondo cui l’80% degli effetti deriva dal 20% delle cause. Molti anni dopo, nel 1951, Joseph Moses Juran, tra i padri del controllo qualità, sviluppò l’idea nel suo Quality-Control Handbook, formulando la legge dei pochi elementi essenziali.

Juran osservò che si poteva migliorare enormemente la qualità di un prodotto risolvendo una piccola parte dei problemi. Trovò un pubblico disposto a collaudare la teoria in Giappone, che all’epoca non godeva di una buona reputazione perché produceva merce di bassa qualità a basso costo. Adottando un processo che convogliava un’alta percentuale di energie e attenzione verso il miglioramento dei pochi aspetti indispensabili, Juran riuscì a dare un significato nuovo al marchio “Made in Japan”.

A poco a poco, la rivoluzione della qualità portò la Nazione a emergere come potenza economica mondiale. La distinzione tra le tante cose trascurabili e le poche indispensabili si può operare in ogni impresa umana, grande o piccola che sia, e l’ha fatto in modo convincente Richard Koch, autore di numerosi libri che spiegano come applicare il principio di Pareto (il principio 80/20) nella vita di tutti i giorni.

In effetti, gli esempi sono ovunque.

Pensiamo a una celebre affermazione di Warren Buffett: “La nostra filosofia di investimento confina con la letargia”, con cui intende dire che lui e la sua azienda fanno un numero relativamente basso di investimenti e li mantengono nel tempo.

Nei Segreti di Warren Buffett, Mary Buffett e David Clark spiegano: “All’inizio della carriera Warren decise che gli sarebbe stato impossibile prendere centinaia di decisioni di investimento corrette, quindi stabilì di investire solo nelle aziende di cui era assolutamente sicuro, e poi di scommetterci fortemente. Deve il 90% della sua ricchezza a soli dieci investimenti. A volte quello che non si fa è importante tanto quanto quello che si fa”.

In poche parole, Buffett scommette molto sulle poche opportunità di investimento essenziali e dice no alle tante solo buone.

Alcuni sono convinti che la relazione tra sforzi e risultati sia ancora meno lineare, in virtù di quella che gli scienziati chiamano “legge di potenza”. Certi sforzi, cioè, producono molti più risultati di altri.

Per esempio, come ha affermato (e in seguito mi ha confermato di persona) Nathan Myhrvold, ex responsabile tecnologico di Microsoft, “Gli sviluppatori di software eccezionali sono più produttivi della media secondo un fattore non di 10, 100 o 1000, ma di 10 000”.

Può darsi che sia un’esagerazione, ma evidenzia comunque che la legge di potenza è vera. La sconcertante verità è che viviamo in un mondo in cui quasi tutto è privo di valore e sono pochissime le cose eccezionalmente preziose. Come ha scritto John Maxwell, “Non puoi sopravvalutare l’irrilevanza di quasi ogni cosa“.

Greg McKeown scrive:

Un Non-Essenzialista pensa che quasi tutto sia essenziale. Un Essenzialista pensa che quasi tutto sia non essenziale.

Man mano che disimpariamo la logica dell’1:1, iniziamo a comprendere il valore della via dell’Essenzialista. Scopriamo che le tante opportunità che inseguiamo, per quanto buone, spesso sono assai meno preziose delle poche davvero eccezionali. Una volta capito questo, cominciamo a esaminare il nostro ambiente per individuare l’indispensabile ed eliminare tutto il trascurabile. Soltanto allora saremo in grado di accettare e rifiutare le cose giuste.

Ecco perché un Essenzialista si prende il tempo per esplorare tutte le opzioni. Questo investimento aggiuntivo è giustificato perché alcune attività hanno un’importanza talmente maggiore che l’impegno profuso per individuarle è ripagato dieci volte tanto. Per dirla in altri termini, un Essenzialista distingue di più per poter fare meno.

Molte persone di talento non sono in grado di dare un contributo migliore perché non riescono ad abbandonare la convinzione che tutto sia importante. Un Essenzialista, invece, sa riconoscere la differenza tra ciò che è fondamentale e il resto.

Per esercitare l’abilità essenzialista, partiamo da un livello semplice e, quando ci verrà naturale adottarla nelle decisioni quotidiane, la applicheremo in ambiti più ampi e importanti della vita personale e professionale. Per padroneggiarla, dovremo rivoluzionare il nostro modo di pensare.

Bibliografia:
Essentialism di Greg McKeown

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