Alla fine del celebre film Mary Poppins, il burbero e triste signor Banks torna a casa dopo essere stato licenziato e “buttato in mezzo alla strada“. Eppure, è profondamente e insolitamente felice, così felice che una delle domestiche conclude: “Gli ha dato di volta il cervello” e anche suo figlio commenta: “Non sembra la voce di papà”.

In effetti, è quasi un’altra persona quando mostra ai bambini l’aquilone che ha riparato e comincia a cantare “Oh che gran gioia andar, là sulla terra e il mar, e con l’aquilon poter volar”.

Finalmente libero dall’uggiosa monotonia dell’impiego in banca, il suo bambino interiore prende vita all’improvviso. L’effetto di quest’allegria è eccezionale, risolleva il morale di tutta la casa e regala alla malinconica famiglia Banks gioia, complicità e buon umore.

È vero, è una storia di fantasia, ma mostra in tutta la sua potenza che cosa otteniamo quando reintegriamo il gioco nella vita quotidiana.

Da piccoli, nella maggior parte dei casi, nessuno ci ha insegnato a giocare: è una capacità che abbiamo sviluppato in modo naturale e istintivo. Immagina la gioia pura di un neonato mentre la mamma gli fa cucù.

Pensa a un gruppo di bambini che danno libero sfogo alla fantasia fingendo di essere qualcun altro, o un bimbo immerso nello stato che Mihály Csíkszentmihályi definisce “flusso” mentre costruisce il suo regno in miniatura usando vecchie scatole di cartone. Poi, però, crescendo ci accade qualcosa. Ci convincono che il gioco è futile. Il gioco è uno spreco di tempo. Il gioco è superfluo. Il gioco è infantile. Purtroppo, molti di questi messaggi negativi arrivano proprio da un ambito in cui la creatività e l’immaginazione dovrebbero essere maggiormente incoraggiate, e non inibite.

La parola scuola deriva dal greco scholé, che significa “riposo, svago”. Tuttavia, il sistema d’istruzione attuale ha rimosso lo svago, e gran parte del piacere, dal processo di apprendimento. Ken Robinson, che per lavoro studia la creatività nelle scuole, ha osservato che gli istituti possono ucciderla, anziché alimentarla con mezzi ludici: “Ci siamo venduti a un modello educativo in stile fast-food, che sta impoverendo il nostro spirito e le nostre energie come il fast-food deteriora i nostri corpi. […] L’immaginazione è la fonte di ogni forma di conquista umana. Ed è proprio la cosa che, secondo me, stiamo compromettendo sistematicamente con l’educazione che imponiamo ai nostri figli e a noi stessi”. Robinson ha ragione.

L’idea che giocare sia futile ci accompagna fino all’età adulta, e quando entriamo nel mondo del lavoro diventa ancora più radicata. Purtroppo, non solo sono troppo poche le aziende e le organizzazioni che incoraggiano la pratica; molte, senza volere, la sabotano. È vero che alcune compagnie e alcuni manager ne riconoscono il valore, almeno a parole, come stimolo della creatività, ma nella maggior parte dei casi non riescono a instaurare una cultura ludica che stimoli l’esplorazione autentica.

Non dovrebbe stupirci.

Le imprese moderne sono figlie della Rivoluzione industriale, un’epoca in cui l’unico obiettivo era rendere efficiente la produzione di massa di beni di consumo. Inoltre, i primi dirigenti si ispirarono al mondo militare, una realtà tutt’altro che giocosa (non a caso, il linguaggio militare è ancora molto presente in ambito aziendale: si parla spesso di persone che lavorano in prima linea e lo stesso termine compagnia indica anche un’unità dell’esercito). Nonostante l’era industriale sia ormai molto lontana, quella cultura, quelle strutture e quei sistemi continuano a permeare la maggior parte delle organizzazioni moderne.

Il gioco, che definirei come qualsiasi cosa facciamo semplicemente per la gioia di farla, e non come un mezzo per raggiungere uno scopo (che si tratti di far volare un aquilone, ascoltare musica o lanciare una palla), potrebbe sembrare non essenziale, e spesso viene trattato così. Ma in realtà è essenziale sotto molti punti di vista.

Stuart Brown, fondatore del National Institute for Play, ha studiato le cosiddette “storie di gioco” di circa seimila individui, arrivando alla conclusione che il gioco ha il potere di migliorare in modo significativo ogni aspetto dell’esistenza: dalla salute personale alle relazioni, dall’istruzione alla capacità d’innovare delle organizzazioni. “Il gioco” afferma “porta alla plasticità cerebrale, all’adattabilità e alla creatività. […] Niente accende il nostro cervello come il gioco”.

Nella nostra vita il gioco ha un valore che non sottolineeremo mai abbastanza. Ricerche sugli animali rivelano che è così cruciale per lo sviluppo delle abilità cognitive fondamentali da avere un ruolo nella sopravvivenza di una specie.

Bob Fagen, un ricercatore che ha studiato il comportamento dei grizzly per quindici anni, ha scoperto che gli orsi che giocavano di più tendevano a vivere più a lungo. Quando gli è stato chiesto perché, ha risposto: “In un mondo che presenta di continuo sfide uniche e ambiguità, il gioco prepara questi orsi a un pianeta in evoluzione”.

Nel libro Affective Neuroscience: The Foundations of Human and Animal Emotions, Jaak Panksepp trae una conclusione simile: “Una cosa è certa: durante il gioco gli animali sono particolarmente inclini ad assumere comportamenti flessibili e creativi”.

Fra tutte le specie animali, scrive Stuart Brown, quella umana è la più giocherellona. Siamo fatti per giocare e il gioco ci modella. Quando giochiamo siamo impegnati nella più pura espressione della nostra umanità, nella più autentica manifestazione di individualità. C’è da meravigliarsi se questi sono i momenti in cui ci sentiamo più vivi e di cui abbiamo i ricordi migliori?

Così espandiamo la mente in modi che ci permettono di esplorare, far nascere nuove idee o vedere le vecchie sotto una nuova luce. Siamo più curiosi, concentrati e in sintonia con le novità.

Il gioco è uno strumento fondamentale per vivere come Essenzialisti perché alimenta l’esplorazione in almeno tre modi:

  1. Amplia la gamma delle opzioni che abbiamo a disposizione. Ci aiuta a vedere possibilità che altrimenti non avremmo notato e a stabilire nessi che non avremmo stabilito. Ci apre la mente e allarga la prospettiva. Ci fa mettere in discussione vecchi presupposti e ci rende più ricettivi nei confronti di idee non collaudate. Ci permette di espandere il flusso della coscienza e inventare nuove storie.
  2. È un antidoto allo stress, ed è fondamentale, perché lo stress, oltre a essere nemico della produttività, può spegnere la parte creativa, curiosa ed esploratrice del cervello.
  3. Come spiega Edward M. Hallowell, psichiatra specializzato in scienze del cervello, c’è un effetto positivo sulle funzioni esecutive del cervello, che, scrive, “comprendono la pianificazione, l’assegnazione di priorità, la programmazione, la previsione, la delega, la decisione e l’analisi: in sostanza, la maggior parte delle abilità che ogni manager deve padroneggiare per eccellere nella propria attività”.

Quindi è arrivato il momento di fare largo al bambino che è in te.
Gioca.

Bibliografia:
Essentialism di Greg McKeown

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